1000 Miglia Srl utilizza i cookies per migliorare l’esperienza di chi naviga questo sito. Se prosegui la navigazione acconsenti a questo trattamento. Per ulteriori informazioni, ti invitiamo a consultare la nostra “cookie policy”.

Mille Miglia

La Mille Miglia del 1958

Renzo Castagneto, comunque, non poteva aspettare e pur con la contrarietà degli amici Maggi e Canestrini, decise di varare la Mille Miglia 1958.

Tenuto conto dei divieti governativi adottò una formula che, pur avendo qualcosa in comune con le gare di regolarità, per altro allora assai in voga, ne rifiutava la formula di fondo.

Ecco come, sull'Annuario della Mille Miglia 1958 (tristemente ridotto rispetto ai precedenti) la descrive Elio Sangiorgi, capo dell'Ufficio Stampa: «La Mille Miglia 1958 si può senz'altro definire una prova veramente impegnativa, severissima in quanto si svolge in una sola tappa di circa 1600 km da percorrersi ad una media non inferiore ai 50 orari, con otto tratti cronometrati di velocità (sette in salita ed uno in pianura) e precisamente, 1: Nave-Colle S.Eusebio; 2: Trieste-Opicina; 3: S.Martino di Castrozza-Passo Rolle; 4: Appiano-Mendola; 5: Ponte di Legno-Passo Tonale; 6: Dimaro-Campo Carlo Magno; 7: Barghe-Colle S. Eusebio; 8: bivio Stocchetta-Brescia. In complesso si tratta di ottanta chilometri di prove speciali, pari al 5% del percorso totale, ed è chiaro che agli effetti della classifica ne saranno i coefficienti essenziali. Infatti il regolamento della Mille Miglia 1958 è semplice e chiaro: vincerà la gara chi sarà in grado, nel tempo stesso, di resistere a 32 ore di automobile e di accumulare la minor somma di minuti nei suddetti otto tratti cronometrati, per cui, per le classifiche, varrà essenzialmente l'elemento velocità e non il cavillo di un qualsiasi paragrafo regolamentare».

Certo che, con la tradizionale Mille Miglia, questa aveva poco a che fare. La formula dei lunghi trasferimenti regolamentati da Controlli Orari, alternati da Prove Speciali di velocità, assai diversa dai rally del tempo (più simili al nostro concetto di "raid"), altro non è che quella che - più avanti - verrà adottata nei rally e che riscuote successo ancor oggi.

Renzo Castagneto, una vita passata ad organizzare corse, direttore di gara oltre che della Mille Miglia anche di molti Gran Premi a Monza, in tutta Italia e in Libia, della Targa Florio, del Giro di Sicilia, dall'alto della sua esperienza ebbe una grande intuizione, che rimase però incompresa.

Anche chi lo appoggiò come il sindaco Boni, pur di tener viva la manifestazione, agì considerando la nuova Mille Miglia assolutamente transitoria, un semplice episodio sulla strada della rinascita. Scriveva, con amarezza, l'indimenticabile Manuel Vigliani, pur schierato con Castagneto: «La Mille Miglia del 1958 è il meglio che si è potuto fare per non sottoporsi all'umiliazione del diniego. La Mille Miglia della tradizione era frutto di un'idea libera ed ardita, questa è frutto di un'imposizione».

La nuova Mille Miglia, insomma, non piaceva a nessuno, nemmeno a Castagneto, anch'egli incredulo e impaziente di riavere la sua creatura. La nuova gara, infatti, conservò della precedente solo la Freccia Rossa; anche il nome perdette la denominazione ufficiale. Se quella del 1957 era stata la "XXIV Mille Miglia - Coppa Franco Mazzotti", questa fu semplicemente la "Mille Miglia 1958". Significativo poi che la partenza non avvenisse, come sempre in passato, in Viale Venezia, il "Rebuffone" tanto caro alla tradizione, bensì dalle Grazzine, nella zona di Via Triumplina, a nord della città, all'epoca estrema periferia. Gino Cavagnini, il più noto giornalista sportivo della città commentava nostalgicamente: «...agli ippocastani, i grandi alberi del viale che anche quest'anno avevano preparato il verde manto del traguardo tradizionale, rifugge l'idea di dirti addio».

Eppure, vista con gli occhi di oggi, la nuova competizione era tutt'altro che male, con contenuti tecnici antesignani e di buon spessore. Anche il parco vetture, seppur limitato alle sole categorie Gran Turismo e Turismo, con forzata esclusione della Sport, era di buon livello, con alcune Ferrari 250 TDF. L'unica squadra ufficiale straniera a raccogliere l'invito dell'A.C. Brescia era stata la Porsche, che aveva inviato una 1600 GS Carrera con al volante Strahle, già vincitore di classe alla Mille Miglia tradizionale.

Le otto Prove Speciali - quelle che determinarono la classifica, non essendoci stato alcun concorrente che avesse accumulato ritardi nei Controlli Orari - furono tutte dominate dall'equipaggio Taramazzo-Gerino con la loro Ferrari; tranne l'ultima, praticamente una prova di accelerazione essendo disputata su un rettilineo di soli 1500 metri, alla periferia di Brescia. Per la cronaca ad aggiudicarsi questa prova furono Galluzzi-Rota su Ferrari, con un tempo da drugster: 28 secondi e 4 decimi, alla velocità media 190,141 km/h, con partenza da fermo. Un tempo così basso da far sospettare un errore dei cronometristi.

Dire che la vittoria di Luigi Taramazzo lasciò tutti indifferenti è forse eccessivo, ma non lontano dal vero. Il pensiero correva a Le Mans, al Nürburgring, a Sebring, dove a condurre le vetture della categoria sport c'erano Moss, Fangio, Gendebien, Collins, von Trips...

Ciò che potrebbe apparire inconcepibile ad un osservatore esterno, è che le maggior indifferenza - se non un aperto astio - si fece registrare a Brescia. I bresciani volevano la vera Mille Miglia, questa era per loro una figlia bastarda. In città infuriava la polemica. Aymo Maggi, e molti con lui, tollerava ma non approvava, arrivando persino a scontrarsi con Castagneto e Boni, salvo riconciliarsi - per il sincero affetto che nutriva per i due amici - offrendo una cena per duecento persone nella sua villa di Calino.